Homilia del Cardenal en el 3er Centenari de la Parroquia de San Sebastiano alle Catacombe

Omelia del Cardinale Arcivescovo di Barcellona, ​​ Dr. Lluís Martínez Sistach, nella Messa del 3° Centenario della Parrocchia di San Sebastiano alle Catacombe, titolo di Sua Eminenza il Cardinale, Roma 12 Aprile 2015. Celebriamo con gioia la seconda domenica di Pasqua. È viva la celebrazione della Veglia Pasquale con la realtà e il messaggio della […]

13 Abr, 2015
Església de Barcelona

Omelia del Cardinale Arcivescovo di Barcellona, ​​ Dr. Lluís Martínez Sistach, nella Messa del 3° Centenario della Parrocchia di San Sebastiano alle Catacombe, titolo di Sua Eminenza il Cardinale, Roma 12 Aprile 2015.

Celebriamo con gioia la seconda domenica di Pasqua. È viva la celebrazione della Veglia Pasquale con la realtà e il messaggio della Risurrezione del Signore. Non possiamo più cercare Gesù tra i morti, perché è risorto. Ed è la risurrezione di Gesù, che ci riunisce ogni domenica – il giorno del Signore – per celebrare il memoriale della sua morte e risurrezione.

Oggi celebriamo anche la chiusura del terzo centenario della nostra parrocchia. E’ motivo  di grande soddisfazione poter réndere grazie a Dio per questo evento, trecento anni di servizio parrocchiale a moltissimi  parrocchiani nella loro vita umana e cristiana. Sono stati tre secoli di presenza della Chiesa, che offre, attraverso la nostra storia e quella della bellissima Basilica di San Sebastiano alle Catacombe, in una perifería geografica di Roma, la salvezza di Gesù Cristo, ottenuta con la sua morte e risurrezione. E ringraziamo Dio per la vita e l’attività pastorale della parrocchia nel miglior modo possibile, cioè con la celebrazione dell’Eucaristia, che è il ringraziamento a Dio per eccellenza. Grazie anche cari Padri Francescani per il vostro servizio ministeriale e grazie a tutti che hanno collaborato e che collaborano como membri attivi della parrocchia.

Questo terzo centenario della parrocchia deve contribuíre ad avere una maggiore consapevolezza del fatto che siamo una comunità cristiana, prendendo come modello la comunità primitiva di Gerusalemme, come abbiamo ascoltato nella prima lettura. Vivévano in stretta comunione, perché tutti pensavano e sentivano la stessa cosa: èssere membri della Chiesa, della famiglia dei figli e delle figlie di Dio. Quei cristiani  “possedévano tutto in comune e niente di quello che avévano lo ritenevano proprio “. I doni e i carismi che avévano ricevuto dallo Spirito, li mettévano al servizio della comunità. Tutti noi,  membri della parrocchia, siamo necessari a realizzare il còmpito affidàtole: che tutti i suoi membri crèscano nell’amore a Dio e ai fratelli, raggiungendo cosí la prima e fondamentale vocazione di ogni cristiano, la vocazione  alla santità. E come ci dice Papa Francesco parlando della parrocchia,  essa deve ” formare i suoi membri perché síano agenti di evangelizzazione” (EG 28). La parrocchia –contínua a dirci Francesco – non è una struttura cadúca, anche se è chiamata ad un rinnovamento per èssere più vicina alla gente, per èssere un ambiente di intensa comunione e di partecipazione e venga orientata completamente alla missione (cf. Id).

La sera del Giorno della Resurrezione, il Signore della Gloria si manifestò in mezzo alla comunità dei discepoli, tra i quali mancava Tommaso. Attraverso la luce della prima Pasqua, il racconto dell’ Evangelista Giovanni volle suggerirci come deve èssere la nostra celebrazione cristiana di ogni Pasqua, di ogni domenica. Nell’Eucaristia domenicale dobbiamo èssere vivamente consapevoli che il Signore e Dio della gloria, Cristo, è in mezzo a noi, come quella sera del Giorno della Resurrezione.

Notiamo che il saluto di Gesù nella sua apparizione si ripete tre volte nel testo. E’ lo stesso con il quale abbiamo iniziato oggi la nostra celebrazione. “La pace sia con voi” . Dopo averli salutati, Gesù mostrò loro i segni della sua identità: ” mostrò loro le mani e il costato”. Egli era lo stesso che era morto sulla croce. E i discepoli fúrono pieni di gioia al vedere ancora una volta il Signore, perché lo amavano, e la sua morte in croce e la sua sepoltura èrano state, per loro, un duro colpo. Ébbero la gioia di incontrare di nuovo il Maestro. E’ la gioia che dobbiamo avere ogni domenica, quando ci incontriamo col Signore risorto nell’Eucaristia.

Per questo l’Eucaristia è una vera e propria festa del nostro incontro personale con Gesù. Egli ci invíta ogni domenica a questo incontro in cui si fa presente con la sua Parola, con il suo Corpo e il suo Sangue e anche attraverso la nostra assemblea, perché egli ci ha detto che quando due o più sono riuniti nel suo nome, egli è in mezzo a loro .

Il Signore risorto ci porta la sua pace e vuole che i cristiani la comunichiàmo al mondo. Così, perché la Chiesa sia in grado di comunicarla sempre e ovunque, Gesù infonde nella sua Chiesa lo Spirito Santo. Il segno di alitare sugli Apostoli che impiega il testo evangelico, èvoca la creazione dell’uomo, cosí come è rappresentato nella Genesi (cfr 2,7). Lo spirito del Cristo risorto crea nel mondo una nuova umanità, che ha come  principale obbiettivo sopprímere il peccato negli uomini, prepararli al perdono e a perdonare. Là dove, nonostante la redenzione del Signore, contínua a dominare il peccato, la pace non fiorisce. Gesù è venuto sulla terra a rimettere i peccati del suo popolo. Così, il Signore risorto concede agli Apostoli il potere di perdonare i peccati, che passa ai loro successori, i Vescovi, ed ai loro collaboratori, i sacerdoti.

Così sconvolgente fu per gli Apostoli la morte sulla croce di Gesù, che costò loro crédere, réndersi conto della sua risurrezione. Un caso tipico fu quello dell’apostolo Tommaso. Una settimana dopo la prima apparizione agli apostoli in cui lui non c’era, ancora ripeteva che se non avesse visto i fori dei chiodi nelle mani e nei piedi di Gesù, non avrebbe creduto nella sua risurrezione.

Otto giorni dopo, Tommaso stava con gli altri e Gesù apparve con lo stesso saluto: “pace a voi”. Tommaso, vedendo le mani e il costato di Gesù, esclamò: “Mio Signore e mio Dio!” Tommaso, l’incrédulo, fece una chiara manifestazione di fede nella divinità di Gesù risorto, che molti cristiani ripetono quando si alza il corpo di Cristo, e il càlice del sangue di Gesù, dopo la consacrazione: “Mio Signore e mio Dio”.

In questa occasione Gesù pronúncia una nuova Beatitudine: la Beatitudine della Fede. Lo fa con queste parole: “Perché mi hai veduto, hai creduto? Beati quelli che crédano senza vedere “. Quando Giovanni scrisse il Vangelo nella sua comunità di Éfeso, alla fine del secolo, non c’era piú nessuno che avesse visto Gesù. Credévano sulla Parola degli Apostoli, permanente nella Chiesa (Gv 17,20). Come tutti noi. Noi viviamo la Beatitudine della Fede. Il breve dubbio di Tommaso serve solo da sfondo scuro per evidenziarla. Breve incredulità, modello di tante “crisi” momentanee che si risolverébbero guardando soltanto le mani e il cuore di Cristo.

La nostra celebrazione pasquale ha anche un senso di preghiera di intercessione, perché chiediamo al Signore di illuminare i  familiari e le persone care, perché crédano senza aver visto, e che védano le mani e il cuore di Cristo attraverso la testimonianza di coloro che lo vídero. Oggi chiediamo che siano molti tra coloro che vivono nei confini territoriali della nostra parrocchia, che àbbiano la beatitudine della fede. Lo facciamo con l’intercessione di San Sebastiano e di San Francesco d’Assisi

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